Quando si ha di fronte un film che respira filosofia orientale, che emana energia taoista dalla pellicola stessa, risulta ancora più evidente quanto gli artisti asiatici siano riusciti ad imprimere nell'atto creativo lo spirito libero della natura umana. In un profilo che attraversa tutta la storia, si arriva infatti a Kim Ki-duk che da appassionato pittore, e autodidatta dell'emotività sceglie la via del cinema contemporaneo per “tentare di comprendere l'incomprensibile”. E per questo che il colpo violento del suo Ferro 3 gli regalerà il Leone d'argento (alla 61a Mostra di Venezia) che ruggisce un messaggio ancora più profondo delle parole: il silenzio. Il protagonista, infatti, non si esprimerà mai verbalmente, cercando conforto e comprensione nelle vite congelate delle persone attraverso le case vuote. Come se cercasse di abbracciare un'intimità più grande della propria solitudine, riuscirà a trovare una ragazza che vive la sua stessa condizione di smarrimento dalla realtà, instaurando un profondissimo rapporto basato su sguardi intensi e delicatezze dei gesti. Un sogno. Un attimo poetico che coinvolge lo spettatore, sempre più toccato da questa lontana ed impossibile magia. Tutto ciò in diretto collegamento con la vita, spesso cruda ed imprevista nelle possibilità relazionali e casuali che passano davanti ai due personaggi (legati da qualcosa di ultraterreno) costretti a separarsi e segretamente ad amarsi. Da questo punto, un cambio di ciak radicale. Il film, oramai divenuto un dipinto che si muove, è un'entità con una presenza che sembra diventare incorporea e soprannaturale. Il ragazzo, pienamente cosciente di sé, giungerà ad amarla sotto gli occhi del brutale marito, come se il sentimento dell'amore puro fosse totalmente scisso dalle cose materiali. Ed è per questa ragione che la frase detta da lei, “Ti amo”, ultra citata nel mondo, assumerà un significato simbolico e religioso al di là degli schemi convenzionalmente conosciuti. Lo spettatore, adesso, è giunto al punto 0 e una musica esotica risuonerà nell'aria insieme alle pochissime, ma pesate, parole pronunciate nella casa vuota che è la nostra anima.
Per cominciare la serata del 4 aprile 2009 presso Verso Oriente, vengo catturato, appena dentro, dal suono nostalgico di un violino orientale che riproduce con particolare originalità la famosa canzone “Summertime”. Un'ottima premessa alla situazione prevista per le 18:00. Il secondo incontro della serie “L'Oriente per noi” condotto da Silvio Marconi (antropologo, esperto di Cooperazione allo Sviluppo e di attività interculturali) si rivela, infatti, nuovamente, un'interessante occasione di scoperta e riflessione su ciò che siamo, da dove veniamo e quanto effettivamente fraintendiamo la nostra realtà. È necessario capire con profondità l'importanza , o meglio, l'utilità delle culture orientali (concetto sul quale verrà centrata la discussione). Il nostro antropologo, quindi, si destreggia con abilità nel sentiero impervio della “Identità” celata all'interno delle cose, che convenzionalmente vengono definite Occidentali, trasformando l'analisi della conferenza nello “Oriente in noi” e di conseguenza in quello che risiede in noi italiani. Sappiamo bene quanto gli elementi di una cultura formano la natura della nostra identità. Nel caso italiano, ad esempio, si potrebbero scrivere manuali su manuali per elencare tutti i prodotti tipici che ci caratterizzano peculiarmente, a partire dal Brunello di Montalcino ad arrivare fino al Pecorino di Fossa. La tesi di Silvio Marconi, però, ci porta a pensare sul fatto che le identità pure non esistono e che è inutile negare quanto sia stato ( e lo sia ancora adesso) importante e insisto nella storia umana, lo scambio tra i popoli, sia dal punto di vista materiale che non. Allora, esiste un processo ben preciso da utilizzare per arrivare al principio della questione , che secondo l'antropologo inizia con lo smantellare l'identità prefissata o per dirla alla S.T.Cloeridge, "suspension of disbelief". L'esempio calzante è la religione giudaico-cristiana, da sempre “nostra”, ma che in realtà ritrova le sue origini nella Palestina. Un segno della croce che dovrebbe ringraziare anche gli ebrei e gli arabi, insomma. Che poi l'evoluzione è stata diversa è un altro discorso, esistono infatti casi, illustrati con altrettanta chiarezza da Silvio Marconi e il suo sottile sarcasmo, in cui la situazione è degenerata. Fallimenti critici della storia sono stati l'espansionismo spagnolo del 1500 e il nazismo tedesco del 1900 che hanno pavoneggiato la loro cultura “pura” in modo del tutto surreale, chiudendosi e limitando le facoltà di espressione del proprio popolo riducendolo ad un macchina mal funzionante. L'uomo copia l'uomo. Questo è ciò che ci racconta la storia. Dal ragazzino delle medie che prende spunto da un altro per il compito di matematica, all'imperialismo occidentale che tenta di riprodurre le ceramiche o le porcellane cinesi, non esiste molta differenza. E viceversa. Chi avrebbe mai detto che l'impressionismo fosse stato ispirato dallo ukiyo-e giapponese? Van Gogh da Hiroshige e Monet da Hokusai, uno scambio interculturale che fa parte del quotidiano. Ammettere che le tradizioni abbiano un origine che poi muta nel tempo, in seguito a tutte queste relazioni, può essere, per cui, il metodo per ricostruire ciò che siamo. Ricordarci che quando prendiamo 5 euro in mano per pagare la colazione, stiamo usando un oggetto creato molto tempo fa in Cina, è il minimo che possiamo fare per avvicinarci a loro. Il messaggio della conferenza è chiaro e le parole di Silvio Marconi incoraggianti.”Bisogna far emergere il lato meticcio/vero di noi come vaccino sugli effetti umani sociali e culturali, contro il razzismo e la xenofobia” dice l'antropologo. È bello vedere, quindi, che si può imparare una grande lezione dall'oriente, avendo la possibilità di aderire a sistemi di pensiero diversi contemporaneamente, che possiamo, in qualunque momento, riconoscere insieme l'oriente che è in noi.
Sono sicuro che parlare di Confucio sia un argomento molto delicato. Si tratta comunque di una tradizione dalle proporzioni esponenziali e di conseguenza quasi impossibile da affrontare nella sua interezza. Oggi, però, è importante sapere che si può far tesoro delle sue parole, dentro di noi, riflettendo sul senso che possono dare ad una persona nel suo contesto sociale, oramai abbastanza a rischio direi. Perciò quello che percepisco avendo in mano i Dialoghi (Lunyu) del Maestro è un'infinita sensazione di responsabilità, prima verso noi stessi, poi verso gli altri. Alla fine si tratta di una semplice raccolta di aforismi, discussioni e aneddoti dello stesso Confucio, redatta dai suoi discepoli. In apparenza, quindi, non è nulla di nuovo. Aprendo il libro, però, anche a caso, si può ritrovare un patrimonio di riflessione attiva, e preciso “attiva”, che coinvolge l'individuo all'esercizio del pensiero. La faccenda, per cui, diventa più intensa e le parole si trasformano in un vero e proprio specchio di se stessi. Volendo, potremmo chiamare questa traslazione “Dao”, la Via, come ci dice il Maestro. Il tutto sempre in un contesto dinamico, che non è congelato e che vede la partecipazione spirituale della persona senziente. Disse infatti il saggio: “è l'uomo che può rendere grande la Via, non la Via che può rendere grande l'uomo.” Questo significa che il processo di crescita interiore è inevitabile, che non deve essere direttamente trasportato alla fine del percorso ma che, piano piano, a poco a poco, raggiunge uno scalino più alto (con coscienza del passo appena compiuto, del gesto in sé). In un fiume che ci trasporta verso la Via degli Antichi, allora, Confucio ci insegna a dare valore alle cose, a quello che abbiamo e spesso perdiamo di vista. Nulla di più attuale insomma. E l'uomo retto (Junzi) diventa un monito sul quale misurare la propria fallibilità, diventando assolutamente disposti ad ampliare la benevolenza umana (ren) in una dimensione di speranza. In questo modo, “Chi al mattino ode parlare della Via, giunta la sera potrà anche morire.” Il valore del rito, della propria sacralità, del proprio spazio, detto dal Maestro, “li”, offre una mano molto forte per aprire una finestra sulla propria interiorità. Stiamo parlando, con stupore, di un testo risalente al Periodo delle Primavere e degli Autunni e al Periodo dei Regni Combattenti della storia cinese (479 a.c. - 221 a.c., arco di tempo di transizione, in cui i valori precedentemente affermatisi crollavano), che non trova difficoltà ad essere perfettamente contemporaneo, con le stesse problematiche.
Per tale motivo, questo scritto, non è nient'altro che un libro, è vero, ma è un libro da mettere sotto il cuscino. Da prendere tra le mani prima di andare a dormire o appena svegli con il caffè, da aprire per riflettere, per stimolarsi, per attivarsi. Un modo per pensare senza aver deciso di farlo.
Interessante evento, ormai alla sua sesta edizione, dedicato al cortometraggio.
Non ho partecipato a tutta la giornata del programma prevista per il 26 Marzo. Il mio interesse era rivolto principalmente al concorso di cortometraggi e alla loro proiezione.
Prima parte dello spettacoloserale, ore 20.20: A.A.A. Adult Animation Art (Kamasutra, 15’ – Lyonel Kouro).
Come dice il titolo stesso, un’ironica sequenza composta da 25 divertenti posizioni per l’amore in ogni sua forma: sia etero, che omosessuale, che fantasioso.
Produzione francese interamente realizzata in plastilina secondo la tecnica dello stop motion: un fotogramma alla volta.
Molto interessanti i dati, presenti nel libricino di presentazione, in merito alla sua realizzazione: 9 lesettimane necessarie alla ripresa, 850 kg di plastilina, 17 differenti scenografie, 50 personaggi di circa 30 cm di altezza.
Speciali anche le attrezzature: i proiettori, per esempio, costruiti apposta per questa produzione, due, appositamente realizzati per evitare lo scioglimento degli attori.
Seconda parte dello spettacolo, 20.35: Telemomò (dal vivo, 30’ circa – Andrea Sorrentino).
Interessante e sperimentale presentazione teatrale. Sottile ironia pungente che trasporta l’anima teatrale attraverso l’illusorio utilizzo di un mezzo tecnico quale quello della televisione.
Breve filmato di apertura proiettato sullo schermo, all’interno del quale un manichino, mosso dallo stesso attore, impugna un telecomando ed accende il televisore che si aprirà al centro dello schermo. Al suo interno sarà proiettata l’immagine in presa diretta dell’attore\autore alle prese con una eterogenea presentazione di tematiche giornalistiche in chiave surreale ed ironica.
Andrea Sorrentino sarà in scena prima di ogni spettacolo per circa 15’.
Nota personale: piacevole scoperta di un teatro sperimentale dal sapore artigianale.
Terza, e più sostanziosa, parte dello spettacolo: Cortoons (36 cortometraggi, 3’00” circa)
Una nota marca di prodotti per tabagisti sponsorizzava l’evento. Ce ne siamo accorti quando, durante la proiezione, ci son stati consegnati tutti gli strumenti necessari per poter valutare i cortometraggi in concorso: scheda riassuntiva con titoli ed autori, matita dal forte odore di petrolio, e simpatico aggeggio a base di fosforo che, se spezzato, produceva una tenue luce azzurra.
Trovo molto piacevole l’idea che, questo genere d’arte, possa esser giudicato anche dal pubblico e non solo dagli addetti ai lavori: oltre a rendere fruibile una quantità di informazioni in merito al gradimento del pubblico, per gli artisti e per i produttori, immagino che richiamare l’osservatore ad una valutazione tenda a farlo sentire come chiamato attivamente in causa con l’effetto di approfondire la sua attenzione. Oltre che offrire allo sponsor un’ulteriore chance di suggestiva partecipazione.
Impossibile raccontare ogni corto, ma importante da sottolineare, la marcata eterogeneità delle diverse produzioni, sia da un punto di vista tecnico, che contenutistico.
Una piacevole serata all’insegna della gratuità.
Mi scuso per il sarcasmo in merito allo sponsor, ma non mi lascia indifferente l'idea che l'organizzazione e la messa in opera di movimenti come questi debba dipendere dalla bontà di sponsor troppo spesso legati a vizi di dubbia natura salutistica.
Ulteriori informazioni e l'intero calendario eventi semplicemente cliccando sul link seguente:
Il tempo in cui la Cina rappresentava un paese lontano ed esotico, è finito. Ora è una delle maggiori potenze economiche del globo, la cui crescita sembra non tenere troppo conto nemmeno della crisi economica in atto. Oltre a giocare un ruolo sempre più importante nei mercati occidentali, la sua presenza è tangibile anche fisicamente. Le nostre città mostrano sempre di più la traccia di una nuova società multietnica in cui la politica del “not in my backyard” (espressione inglese che ha come corrispettivo italiano il “non a casa mia” n.d.a.) non può essere più un valido motivo di chiusura, l’autarchia o la dominanza della cultura originaria non ha più motivo di esistere come concetto, e non l’ha mai avuto. Non può più esistere, non solo come conseguenza della presenza di culture “altre” sul nostro territorio nazionale, ma soprattutto perché non è concepibile una gerarchia culturale sul modello ospite-padrone di casa (dove l’ospite spesso è visto come incomodo). Qual è quindi il termine adatto a descrivere il giusto modo di avvicinarsi alle culture “altre” senza che esse e quella del paese ospitante perdano le loro caratteristiche peculiari? Integrazione. L’integrazione però deve essere un processo opportunamente stimolato, ma, in misura maggiore spontaneo. E allora, cosa può ostacolare l’integrazione? La paura, la paura del diverso, dell’abusiva occupazione di spazio fisico e culturale, il pregiudizio alimentato da dicerie e da una stampa spesso volutamente imprecisa ed offensiva. Ma conosciamo veramente i nostri vicini di casa? Uno sforzo in più a dare una risposta a quest’ultima domanda è stato fatto grazie a Il vicino cinese a cura di Valentina Pedone. Questo libro, frutto del lavoro congiunto di studiosi specializzati in diversi campi del sociale, offre una panoramica dettagliata sulla comunità cinese di Roma, con una particolare attenzione al rione in cui si è attestata maggiormente: l’Esquilino. Rappresenta inoltre la prima pubblicazione completa sull’argomento ed un ottimo punto di partenza per ulteriori studi. Composto di sette capitoli in cui, con l’apporto di dati e grafici, si discutono le tematiche di maggiore rilevanza, Il vicino cinese permette al lettore di entrare a conoscenza di informazioni altrimenti poco reperibili, e di comprendere sempre più da vicino il mondo complesso della Cina d’oggi e di riflesso quello di coloro che portano con se, a migliaia di chilometri di distanza, un pezzo di essa. Economia, tecniche di vendita, spiritualità, mutamenti linguistici, identità, miti sfatati, tutto ciò è contenuto in questo lavoro editoriale, che contiene, rispettivamente in apertura ed in chiusura due testimonianze dirette: le storie di Weng Wulian, e di Marco Wong, esempi di integrazione, attraverso le difficoltà e l’impegno personale e sociale. Una lettura che permette di porci in maniera sicuramente più consapevole, di fronte ai visibili cambiamenti che negli ultimi anni hanno caratterizzato le città italiane, che ci permette di saperne di più e meglio sul nostro vicino cinese.
Il vicino cinese (A cura di Valentina Pedone) Edito da Nuove Edizioni Romane, Roma Anno 2008 Pp155, prezzo 12,00 euro.
All'inizio è tutto regolare. Un giorno come tanti, all'università. Chi avrebbe mai detto, però, che martedì 24 marzo 2009 , in Aula 11 a Caserma Sani, si sarebbe andati incontro alle pratiche sciamaniche dei Tamang del Nepal. É proprio questo quello che è successo intorno alle 17:00. Il prof. Romano Mastromattei (esperto di antropologia culturale, con particolare attenzione ai riti) si è applicato per circa due ore nella spiegazione di queste a noi strane tradizioni, difficili da comprendere, e che spesso gli sciamani stessi sono reticenti a spiegare in che consistono. Ma è sempre aperto il dibattito, con alternanza di video dettagliati di alcuni esempi lampanti dei riti in questione (alcuni risalenti addirittura agli anni '80). Parlo esattamente di riti, perché è così che il prof. Mastromattei ce li presenta, niente di diverso da una messa completa, da un processo cultuale, con l'accezione che la seduta è individuale e raramente accompagnata da aiutanti. Ma perché tutto questo? In che consiste? Ebbene, la tradizione ci insegna che si richiama l'intervento di uno sciamano per tutto ciò che è inspiegabile. Nulla di troppo lontano dai medium o dagli esorcisti occidentali. Un esempio possono essere delle malattie persistenti, ad arrivare perfino ai terremoti, nonché a tutti i problemi riguardanti la comunità ed il singolo. È un qualcosa, insomma, che risiede nelle radici della storia dell'Asia, del continente americano e di quasi ovunque nel mondo a partire dalle società primitive, che per quanto ne sappiamo, potrebbe essere nato dietro casa nostra. L'antropologo però, ci riporta ai Tamang del Nepal, mostrandoci due rituali ai quali lui stesso ha assistito (a quanto pare, due dei tanti). Il primo è effettuato da uno sciamano maschio, che evoca le divinità del pantheon induista, omaggiando in particolar modo Shiva. Elemento fondamentale della pratiche in sé, è il tamburo, la componente musicale dei riti sciamanici è infatti basilare. Lo sciamano comincia, di conseguenza, il suo “viaggio” in trance con la crescente sonorità dello strumento ritmico, unita ad una preghiera mistica che si avvicina ad un lamento. Lo stupore è crescente e la curiosità sta sugli attenti, molte infatti sono le domande, le risposte e le riflessioni scaturite dalla nuova situazione. Si concretizza ancor di più con il secondo rituale, effettuato, questa volta, da una donna sciamano, che cerca di ottenere la pacificazione dell'anima di due donne. La novità, sicuramente, sta nella figura femminile che è molto rara nei Tamang, rappresentando sempre un caso particolare. Sono innumerevoli, quindi, le questioni da affrontare, che rendono sempre più allettante l'argomento esplicato dal prof. Romano Mastromattei, che guadagna certamente attenzione per la sua rinomata esperienza sul campo. La sua conoscenza empirica ci porta infine sino alla rivoluzione maoista nel Nepal, raffigurando i tempi moderni con uno dei pochi video girati nei campi dei ribelli maoisti. La realtà è diversa, la tradizione osteggiata e rinnegata e la religione combattuta con aggressività. É così che si chiude la conferenza, con bastoni e coltelli di danze militari, che lasciano squarci nella cultura del passato.
È interessante notare come, al freddo e al gelo di Corso Vittorio Emanuele II ci sia un vicolo caldo e accogliente pronto ad abbracciarti con il tepore di culture lontane. Questa è l'impressione diretta che può darti un luogo piccolo ma delizioso come “Verso Oriente”, che il sabato 21 di un Marzo incomprensibile ha deciso di allietare i miei sensi. In occasione della conferenza condotta da Silvio Marconi (antropologo, esperto di Cooperazione allo Sviluppo e di attività interculturali), intitolata “L'Oriente per noi”, si può avere la possibilità di viaggiare nel tempo e nello spazio di etnie, costumi e culture diverse, senza aprire il portafoglio. Sono molte le cose che si possono percepire nelle parole sicure e coinvolgenti dell'antropologo, che si impegna con determinazione a esplicare quanto abbiamo da imparare dall'altra faccia del mondo. Il discorso viene impostato sulle differenze di punti di vista esistenti tra Occidente ed Oriente, i quali hanno decisamente delle fondamenta di fattore diverso. Il primo si basa su uno schema “lineare”, secondo il quale, in qualsiasi campo (artistico, politico, economico, sociale, ecc.), una cosa supera l'altra senza cercare una soluzione pratica che corrisponda effettivamente ad una teorica, cose di tutti i giorni insomma; la seconda invece si basa su un sistema a “rete”, che vede tutto quanto sullo stesso piano, tessendo un sincretismo di idee costruttive, che si destreggia nella società con cognizione di causa. Tutto questo in parole mie, ma tracciando un esempio pragmatico della questione, mentre in Occidente una filosofia superava l'altra in un'estenuante battaglia intellettuale, in Oriente, e più precisamente in Cina, si decideva che si poteva fondere l'etica confuciana con la metafisica buddhista, dando origine alla corrente del Neo-Confucianesimo che andava incontro alle esigenze di tutta la popolazione. Tutto insomma ha sempre avuto un senso ed una forma ben precisa, con la sua storia, che ogni giorno ritornava ad ispirare ogni creazione dei popoli orientali. Fra aneddoti e battute sarcastiche di Silvio Marconi, siamo quindi arrivati ad esaminare in modo del tutto nuovo e originale, la storia di un ventaglio cinese, che in apparenza si dimostra un oggetto di poche pretese, ma che in realtà racchiude l'intera cultura sinica. Nel vento dell'est si respirano simbologie profonde e tecniche sofisticatissime che si fondono (nuovamente) dando un valore alle cose a noi sconosciuto. La teoria e la pratica che si incontrano, con coerenza, in un simpatico gioco di significati spesso impensabili. Ne è un esempio l'aquilone, che tutti noi abbiamo sempre visto come simbolo di libertà e infantile spensieratezza, ma che i cinesi usavano come strumento di guerra per spiare i nemici. La complessità dell'oriente, allora, si riflette su di noi, lasciando uno spunto, non indifferente, su come prendere in esame se stessi e ciò che ci circonda, sotto tutti i punti di vista, andando ad esaminare la questione sin dal principio. L'ambiente e l'atmosfera della serata ha dimostrato che si può fare, che nella sospensione di questo messaggio fluttuante anche noi ragazzi ci siamo, sempre interessati a capire. Immaginate di conseguenza, quanto può essere curioso e singolare, seguire una discussione di questo tipo, che tocca argomenti lontani ma che risiedono sempre accanto a noi, o meglio “per noi”, in questo Oriente pieno di tesori.
Quello che segue è solo un tentativo di riportare cose viste e reazioni ad esse legate nell’atto del vederle. Dovremmo chiamarla recensione, ma per l’orizzonte semantico, e di senso, che la sua etimologia ci dischiude innanzi, preferirei definirla come un semplice articolo, scritto da chi ha tentato di trarre, da quel che ha visto, un’esperienza, più che un semplice gesto partecipativo all’ennesimo atto “culturale”.
[Re-censione= censire di nuovo: passare in esame; oculato giudizio di un testo spesso posto in raffronto ad un altro]
È solo un primo tentativo.
La mostra di cui parlerò è una mostra fotografica. Scatti ed impressioni di Emiliano Iatosti (Roma, ‘81) e Greta Colli (Roma, ‘88).
Giochi d’ombre e luci. Ghiaccio ed acqua. Mani, piedi, donne e uomini… Stasi e movimento. Non lontano, nella natura, ma nel contesto urbano, nell’“oggi” : l’uomo contemporaneo.
Così si costruisce il titolo: “Stasi e movimento per l’uomo contemporaneo”.
Ogni singolo scatto, ogni emozione colta e trasmessa da quelle riproduzioni tecniche, inumane nella loro perfezione, tendeva ad un mondo post-moderno, quasi illuminista a tratti, staccato, però, dall’esaltazione del progresso e dall’invocazione del concetto di modernità. Legato piuttosto alla coscienza di una modernità votata alla povertà, già presente nel mondo, di cui, la parte del mondo che conta, sembra essere dimentica: legato al concetto di modernità come la rosa alle sue spine: che, come uno scatto tra questi ben racconta, l’uomo moderno coglie e inesorabilmente attende.
Location molto accogliente e suggestiva: Libreria Odradek, in Via dei Banchi Vecchi, a Roma. Gli spazi a disposizione non erano enormi, questo è vero, ciononostante saremo in malafede riportandoli come non concilianti alla “visione” di scatti come quelli: semplici e coinvolgenti. Una realtà legata alla scoperta e all’autoscoperta di un percorso creativo ormai lontano dagli albori dell’autocoscienza.
Prima di parlare delle pareti, dei loro sensi, e degli scatti, vorrei spendere qualche riga descrivendo quel posto.
La libreria in sé era una normalissima libreria. Il tragitto per arrivarci, beh, una semplice via con marciapiedi, carreggiata e macchine parcheggiate. Come altri migliaia a Roma.
Una parallela di via Giulia, vicino Campo de’ Fiori, a due passi dal Tevere. Dall’altra parte del fiume, il Castel Sant’Angelo, impossibile da cogliere con gli occhi. Come quasi tutte le altre vie di Roma, nient’altro che una ferita tra palazzi. Ma la malafede, che non vogliamo rendere componente di queste poche parole, non riuscirà a far breccia proprio ora: impossibile non sentire la presenza della Roma storica, impossibile separare le sensazioni, di una storia vivida e ancora piena di voglia di raccontare e raccontarsi, da semplici sanpietrini e strade asfaltate.
Via dei Banchi Vecchi. Nome “azzeccatissimo”, se permettete la licenza. Costellazione di botteghe, da rigattiere o d’artigiano, di enoteche, librerie, centri benessere e di vini pregiati. Vini come libri, a raccontare storie, con odori e sapori, con sensazioni ed emozioni: ricordi. Una libreria di racconti in merito a soli e venti di terre diverse, a disposizione della mia dolcezza e della mia sensibilità.
Questa la via.
Le pareti.
4 pareti. Ognuna con un senso, ognuna con un suo scopo. Non avevano un titolo: a volte il nome tende a castrare la sensibilità e la curiosità del percepiente, imprimendo il “modo” dell’autore.
Questa l’opinione di Emiliano Iatosti. Onor di cronaca: nessuna citazione, la chiacchierata avuta in merito è stata un confronto più che un’intervista. Non sarò quindi in grado di riportare le sue parole, solo le mie impressioni in merito alle sue opinioni. Mi impegno, in merito alla sua opera, a riportar fedele distinzione tra sue opinioni e mie impressioni.
4 pareti:
Parete centrale: Persone (o loro parti). L’uomo al centro del senso della mostra: stasi e movimento. Giochi di linee, chiaroscuri, luci ed ombra, in funzione dell’attimo della foto e del movimento da cui è colta.
Parete Blu: Ogni scatto riportava un forte rimando al blu. Per ammissione dello stesso autore, potrebbe essere un periodo dedicato alle sfumature e ai giochi emotivo/estetici che questo colore rende possibili. Assolutamente calzante nella sintattica del discorso alla base della mostra. Assolutamente coerente nella semantica dei concetti a cui le foto facevano riferimento. (mie impressioni)
Parete laterale dx: Vetro e acciaio. Riflessi, scale mobili, palazzi: strutture, di vetro e acciaio. Fredde, sicure, affidabili e trasparenti. Riportando le parole di uno scultore abruzzese, Marco Appicciafuoco, “il vetro è un elemento di trasparenza, acqua, vita. L’acciaio rappresenta il progresso: dalle armi alla porta del laboratorio sotto il Gran Sasso.” Esattamente come per alcuni architetti, in particolar modo quelli tedeschi, le strutture di vetro e acciaio sarebbero simbolo di trasparenza e progresso. Troviamo tracce di riferimenti a tali elementi anche nella letteratura, per Baricco in “Castelli di Rabbia”, vetro e strutture d’acciaio, ridotte all’essenziale, sarebbero l’unico modo per sentirsi al sicuro in una gabbia che non togliesse la sensazione di libertà: una prigione senza sbarre apparenti.
Impressioni colte nelle figure riflesse in quelle sensazioni di surreale presenza e apparente freddezza.
Parete laterale sx: Parete mista di scatti e sensazioni. Mista non vuol dire a caso. Mista non vuol dire “senza senso”. Mista come ricca, eclettica, differenziata, ma di una sottile coerenza. Dinamici passaggi tra concetti statici e dinamici, richiami profondi a differenti interiorizzazioni.
Queste le pareti.
Prima di passare al racconto di alcuni scatti, mi piacerebbe esprimere, una sorta di premessa, il valore particolare dell’opera fotografica.
Opera d’arte, seppur non artigianale, non nel senso usuale, quantomeno. L’opera in sé, la stampa, se non in alcuni processi digitali, e se non in alcuni rami particolari della pittura su foto, non viene ritoccata. Non c’è mano dell’uomo su quell’oggetto, una volta avvenuta la stampa.
Il soggetto, negli scatti dal vero, non è preparato, non subisce modificazioni da parte di chi è nascosto dietro l’obiettivo. Le luci, i personaggi, gli oggetti, tutte cose che, per chi riprende dal vero, come Emiliano Iatosti e Greta Colli, non son soggette a modificazioni.
La loro opera è un trarre, cogliere o catturare, la realtà, la verità, così com’è.
Cosa rende allora quello scatto, una foto d’arte?
Che differenza passa, in tal caso, tra le foto ricordo fatte a capodanno, a natale, o in visita in qualche nuova città, da questi scatti “artistici”?
Le luci e le ombre?
I soggetti?
Niente di tutto ciò.
Le emozioni, nascoste dietro l’obiettivo. L’arte di quella foto non sta nella foto in sé, eppure è presente in quell’oggetto.
Con quest’occhio ho guardato quelle foto.
Con quest’occhio quelle foto hanno chiesto d’esser viste.
Alla domanda diretta: “a cosa pensavi mentre scattavi quella foto?”
Emiliano ha risposto: “non lo so, l’ho vista.. mi piaceva quest’immagine.. un po’ triste, un po’ rassegnata. Questa persona seduta su una poltrona, attraverso quei vetri, vedeva la città. Quel modo di inclinare la testa..”.
Non so come la vedete voi, ma io in questo vedo partecipazione emotiva. L’unica cosa che l’arte richiede.
La fotografia diviene, per persone come Emiliano, per artisti, il miglior mezzo per esprimere una visione del mondo, un senso ed un significato ad esso impliciti, che altrimenti andrebbe perduto.
La profondità di un solo istante.
Questo sembravano raccontarmi quegli scatti legati a quel concetto: stasi e movimento per l’uomo contemporaneo.
Diverso l’atteggiamento di Greta. Sembrava esserci una meditazione riflessiva subitanea all’avvenimento, nei suoi scatti. La realtà, carica del suo senso, richiamava, destandola, la sua sensibilità. I suoi scatti richiamano a concetti, sono simboli.
Poco il tempo a disposizione, poca l’esperienza, per poter cogliere l’infinità di un atto creativo, attraverso pochi scatti e un breve scambio di parole.
Seguirò questi artisti. Avrò modo di conoscerli.
Nei prossimi post ci saranno degli scatti e delle loro descrizioni.
Non mancate!
Mario Viscovo
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