mercoledì 22 aprile 2009

L'Oriente in Noi, secondo incontro condotto da Silvio Marconi

Per cominciare la serata del 4 aprile 2009 presso Verso Oriente, vengo catturato, appena dentro, dal suono nostalgico di un violino orientale che riproduce con particolare originalità la famosa canzone “Summertime”. Un'ottima premessa alla situazione prevista per le 18:00. Il secondo incontro della serie “L'Oriente per noi” condotto da Silvio Marconi (antropologo, esperto di Cooperazione allo Sviluppo e di attività interculturali) si rivela, infatti, nuovamente, un'interessante occasione di scoperta e riflessione su ciò che siamo, da dove veniamo e quanto effettivamente fraintendiamo la nostra realtà. È necessario capire con profondità l'importanza , o meglio, l'utilità delle culture orientali (concetto sul quale verrà centrata la discussione). Il nostro antropologo, quindi, si destreggia con abilità nel sentiero impervio della “Identità” celata all'interno delle cose, che convenzionalmente vengono definite Occidentali, trasformando l'analisi della conferenza nello “Oriente in noi” e di conseguenza in quello che risiede in noi italiani. Sappiamo bene quanto gli elementi di una cultura formano la natura della nostra identità. Nel caso italiano, ad esempio, si potrebbero scrivere manuali su manuali per elencare tutti i prodotti tipici che ci caratterizzano peculiarmente, a partire dal Brunello di Montalcino ad arrivare fino al Pecorino di Fossa. La tesi di Silvio Marconi, però, ci porta a pensare sul fatto che le identità pure non esistono e che è inutile negare quanto sia stato ( e lo sia ancora adesso) importante e insisto nella storia umana, lo scambio tra i popoli, sia dal punto di vista materiale che non. Allora, esiste un processo ben preciso da utilizzare per arrivare al principio della questione , che secondo l'antropologo inizia con lo smantellare l'identità prefissata o per dirla alla S.T.Cloeridge, "suspension of disbelief". L'esempio calzante è la religione giudaico-cristiana, da sempre “nostra”, ma che in realtà ritrova le sue origini nella Palestina. Un segno della croce che dovrebbe ringraziare anche gli ebrei e gli arabi, insomma. Che poi l'evoluzione è stata diversa è un altro discorso, esistono infatti casi, illustrati con altrettanta chiarezza da Silvio Marconi e il suo sottile sarcasmo, in cui la situazione è degenerata. Fallimenti critici della storia sono stati l'espansionismo spagnolo del 1500 e il nazismo tedesco del 1900 che hanno pavoneggiato la loro cultura “pura” in modo del tutto surreale, chiudendosi e limitando le facoltà di espressione del proprio popolo riducendolo ad un macchina mal funzionante. L'uomo copia l'uomo. Questo è ciò che ci racconta la storia. Dal ragazzino delle medie che prende spunto da un altro per il compito di matematica, all'imperialismo occidentale che tenta di riprodurre le ceramiche o le porcellane cinesi, non esiste molta differenza. E viceversa. Chi avrebbe mai detto che l'impressionismo fosse stato ispirato dallo ukiyo-e giapponese? Van Gogh da Hiroshige e Monet da Hokusai, uno scambio interculturale che fa parte del quotidiano. Ammettere che le tradizioni abbiano un origine che poi muta nel tempo, in seguito a tutte queste relazioni, può essere, per cui, il metodo per ricostruire ciò che siamo. Ricordarci che quando prendiamo 5 euro in mano per pagare la colazione, stiamo usando un oggetto creato molto tempo fa in Cina, è il minimo che possiamo fare per avvicinarci a loro. Il messaggio della conferenza è chiaro e le parole di Silvio Marconi incoraggianti.”Bisogna far emergere il lato meticcio/vero di noi come vaccino sugli effetti umani sociali e culturali, contro il razzismo e la xenofobia” dice l'antropologo. È bello vedere, quindi, che si può imparare una grande lezione dall'oriente, avendo la possibilità di aderire a sistemi di pensiero diversi contemporaneamente, che possiamo, in qualunque momento, riconoscere insieme l'oriente che è in noi.


Rubens Lanzillotti

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