Quello che segue è solo un tentativo di riportare cose viste e reazioni ad esse legate nell’atto del vederle. Dovremmo chiamarla recensione, ma per l’orizzonte semantico, e di senso, che la sua etimologia ci dischiude innanzi, preferirei definirla come un semplice articolo, scritto da chi ha tentato di trarre, da quel che ha visto, un’esperienza, più che un semplice gesto partecipativo all’ennesimo atto “culturale”.
[Re-censione= censire di nuovo: passare in esame; oculato giudizio di un testo spesso posto in raffronto ad un altro]
È solo un primo tentativo.
La mostra di cui parlerò è una mostra fotografica. Scatti ed impressioni di Emiliano Iatosti (Roma, ‘81) e Greta Colli (Roma, ‘88).
Giochi d’ombre e luci. Ghiaccio ed acqua. Mani, piedi, donne e uomini… Stasi e movimento. Non lontano, nella natura, ma nel contesto urbano, nell’“oggi” : l’uomo contemporaneo.
Così si costruisce il titolo: “Stasi e movimento per l’uomo contemporaneo”.
Ogni singolo scatto, ogni emozione colta e trasmessa da quelle riproduzioni tecniche, inumane nella loro perfezione, tendeva ad un mondo post-moderno, quasi illuminista a tratti, staccato, però, dall’esaltazione del progresso e dall’invocazione del concetto di modernità. Legato piuttosto alla coscienza di una modernità votata alla povertà, già presente nel mondo, di cui, la parte del mondo che conta, sembra essere dimentica: legato al concetto di modernità come la rosa alle sue spine: che, come uno scatto tra questi ben racconta, l’uomo moderno coglie e inesorabilmente attende.
Location molto accogliente e suggestiva: Libreria Odradek, in Via dei Banchi Vecchi, a Roma. Gli spazi a disposizione non erano enormi, questo è vero, ciononostante saremo in malafede riportandoli come non concilianti alla “visione” di scatti come quelli: semplici e coinvolgenti. Una realtà legata alla scoperta e all’autoscoperta di un percorso creativo ormai lontano dagli albori dell’autocoscienza.
Prima di parlare delle pareti, dei loro sensi, e degli scatti, vorrei spendere qualche riga descrivendo quel posto.
La libreria in sé era una normalissima libreria. Il tragitto per arrivarci, beh, una semplice via con marciapiedi, carreggiata e macchine parcheggiate. Come altri migliaia a Roma.
Una parallela di via Giulia, vicino Campo de’ Fiori, a due passi dal Tevere. Dall’altra parte del fiume, il Castel Sant’Angelo, impossibile da cogliere con gli occhi. Come quasi tutte le altre vie di Roma, nient’altro che una ferita tra palazzi. Ma la malafede, che non vogliamo rendere componente di queste poche parole, non riuscirà a far breccia proprio ora: impossibile non sentire la presenza della Roma storica, impossibile separare le sensazioni, di una storia vivida e ancora piena di voglia di raccontare e raccontarsi, da semplici sanpietrini e strade asfaltate.
Via dei Banchi Vecchi. Nome “azzeccatissimo”, se permettete la licenza. Costellazione di botteghe, da rigattiere o d’artigiano, di enoteche, librerie, centri benessere e di vini pregiati. Vini come libri, a raccontare storie, con odori e sapori, con sensazioni ed emozioni: ricordi. Una libreria di racconti in merito a soli e venti di terre diverse, a disposizione della mia dolcezza e della mia sensibilità.
Questa la via.
Le pareti.
4 pareti. Ognuna con un senso, ognuna con un suo scopo. Non avevano un titolo: a volte il nome tende a castrare la sensibilità e la curiosità del percepiente, imprimendo il “modo” dell’autore.
Questa l’opinione di Emiliano Iatosti. Onor di cronaca: nessuna citazione, la chiacchierata avuta in merito è stata un confronto più che un’intervista. Non sarò quindi in grado di riportare le sue parole, solo le mie impressioni in merito alle sue opinioni. Mi impegno, in merito alla sua opera, a riportar fedele distinzione tra sue opinioni e mie impressioni.
4 pareti:
Parete centrale: Persone (o loro parti). L’uomo al centro del senso della mostra: stasi e movimento. Giochi di linee, chiaroscuri, luci ed ombra, in funzione dell’attimo della foto e del movimento da cui è colta.
Parete Blu: Ogni scatto riportava un forte rimando al blu. Per ammissione dello stesso autore, potrebbe essere un periodo dedicato alle sfumature e ai giochi emotivo/estetici che questo colore rende possibili. Assolutamente calzante nella sintattica del discorso alla base della mostra. Assolutamente coerente nella semantica dei concetti a cui le foto facevano riferimento. (mie impressioni)
Parete laterale dx: Vetro e acciaio. Riflessi, scale mobili, palazzi: strutture, di vetro e acciaio. Fredde, sicure, affidabili e trasparenti. Riportando le parole di uno scultore abruzzese, Marco Appicciafuoco, “il vetro è un elemento di trasparenza, acqua, vita. L’acciaio rappresenta il progresso: dalle armi alla porta del laboratorio sotto il Gran Sasso.” Esattamente come per alcuni architetti, in particolar modo quelli tedeschi, le strutture di vetro e acciaio sarebbero simbolo di trasparenza e progresso. Troviamo tracce di riferimenti a tali elementi anche nella letteratura, per Baricco in “Castelli di Rabbia”, vetro e strutture d’acciaio, ridotte all’essenziale, sarebbero l’unico modo per sentirsi al sicuro in una gabbia che non togliesse la sensazione di libertà: una prigione senza sbarre apparenti.
Impressioni colte nelle figure riflesse in quelle sensazioni di surreale presenza e apparente freddezza.
Parete laterale sx: Parete mista di scatti e sensazioni. Mista non vuol dire a caso. Mista non vuol dire “senza senso”. Mista come ricca, eclettica, differenziata, ma di una sottile coerenza. Dinamici passaggi tra concetti statici e dinamici, richiami profondi a differenti interiorizzazioni.
Queste le pareti.
Prima di passare al racconto di alcuni scatti, mi piacerebbe esprimere, una sorta di premessa, il valore particolare dell’opera fotografica.
Opera d’arte, seppur non artigianale, non nel senso usuale, quantomeno. L’opera in sé, la stampa, se non in alcuni processi digitali, e se non in alcuni rami particolari della pittura su foto, non viene ritoccata. Non c’è mano dell’uomo su quell’oggetto, una volta avvenuta la stampa.
Il soggetto, negli scatti dal vero, non è preparato, non subisce modificazioni da parte di chi è nascosto dietro l’obiettivo. Le luci, i personaggi, gli oggetti, tutte cose che, per chi riprende dal vero, come Emiliano Iatosti e Greta Colli, non son soggette a modificazioni.
La loro opera è un trarre, cogliere o catturare, la realtà, la verità, così com’è.
Cosa rende allora quello scatto, una foto d’arte?
Che differenza passa, in tal caso, tra le foto ricordo fatte a capodanno, a natale, o in visita in qualche nuova città, da questi scatti “artistici”?
Le luci e le ombre?
I soggetti?
Niente di tutto ciò.
Le emozioni, nascoste dietro l’obiettivo. L’arte di quella foto non sta nella foto in sé, eppure è presente in quell’oggetto.
Con quest’occhio ho guardato quelle foto.
Con quest’occhio quelle foto hanno chiesto d’esser viste.
Alla domanda diretta: “a cosa pensavi mentre scattavi quella foto?”
Emiliano ha risposto: “non lo so, l’ho vista.. mi piaceva quest’immagine.. un po’ triste, un po’ rassegnata. Questa persona seduta su una poltrona, attraverso quei vetri, vedeva la città. Quel modo di inclinare la testa..”.
Non so come la vedete voi, ma io in questo vedo partecipazione emotiva. L’unica cosa che l’arte richiede.
La fotografia diviene, per persone come Emiliano, per artisti, il miglior mezzo per esprimere una visione del mondo, un senso ed un significato ad esso impliciti, che altrimenti andrebbe perduto.
La profondità di un solo istante.
Questo sembravano raccontarmi quegli scatti legati a quel concetto: stasi e movimento per l’uomo contemporaneo.
Diverso l’atteggiamento di Greta. Sembrava esserci una meditazione riflessiva subitanea all’avvenimento, nei suoi scatti. La realtà, carica del suo senso, richiamava, destandola, la sua sensibilità. I suoi scatti richiamano a concetti, sono simboli.
Poco il tempo a disposizione, poca l’esperienza, per poter cogliere l’infinità di un atto creativo, attraverso pochi scatti e un breve scambio di parole.
Seguirò questi artisti. Avrò modo di conoscerli.
Nei prossimi post ci saranno degli scatti e delle loro descrizioni.
Non mancate!
Mario Viscovo
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