Riporto di seguito una cita-azione di Dostoevsky, la mia impressione a riguardo è stata forte. Lascio ai lettori il commento.
L’idiota – Dostoevsky: disquisizione sulla fede tra il Principe Lev Nicolàevič Miškyn e Parfën Rogožin. Pag 219-220 capII – Parte Seconda.
(Principe Miškyn)- Quanto alla fede,- prese a dire sorridendo (evidentemente desiderava non lasciare Rogožin a quel modo), e animandosi anche sotto l’impressione di un ricordo recente, - quanto alla fede, io la settimana scorsa ebbi in due giorni quattro diversi incontri. Una settimana, percorrendo una nuova linea ferroviaria, chiacchierai per quattro ore circa con un certo S., che avevo conosciuto li. Già prima avevo spesso udito parlar di lui fra l’altro, come di un ateo. È una persona veramente coltissima ed io mi rallegrai di poter discorrere con un vero scienziato. […] In Dio non crede. Una cosa però mi colpì: che avesse l’aria, in tutto quel tempo, di parlar di ben altro e mi colpì appunto perché già prima, per quanti miscredenti avessi incontrati e per quanti libri di atei avessi letti, sempre mie era sembrato che parlassero e nei loro libri scrivessero di tutt’altro, sebbene in partenza così non fosse. […] La sera mi fermai a dormire in un albergo di provincia, dove poco prima, appena la notte precedente, era stato commesso un omicidio […] Due contadini attempati e non ubriachi, che si conoscevano da lungo tempo, due amici, avevano bevuto il tè e chiesto una cameretta per passarvi insieme la notte. Uno di loro aveva osservato, negli ultimi due giorni, che l’altro aveva un orologio d’argento attaccato a un cordoncino giallo di perline, orologio che, evidentemente prima non gli conosceva. Quest’uomo non era un ladro, era anzi onesto e, come contadino, tutt’altro che povero. Ma quell’orologio talmente gli era piaciuto, talmente lo aveva tentato, che alla fine non poté più resistere: prese un coltello e, quando l’amico si voltò in là, gli si avvicinò cautamente alle spalle, lo mirò bene, alzò gli occhi al cielo, si fece il segno della croce e, recitando tra se una trista preghiera: «Signore, perdonami per l’amor di Cristo!», ammazzò l’amico con un colpo solo, come un montone e gli tolse l’orologio.[…] - La mattina esco a girellare per la città, - continuò il principe appena Rogožin si fu calmato, sebbene il riso gli facesse ancora tremare le labbra convulsamente, - e vedo venire barcollando sul marciapiede di legno un soldato ubriaco, tutto lacero. Mi si avvicina: «Compre, signore, questa croce d’argento, te la do per venti copeche: è d’argento!» Gli vedo in mano una crocetta che, certo, si era tolta allora dal collo, attaccata ad un nastrino azzurro assai logoro, una vera croce di stagno però, come si capiva al primo sguardo, grandettina, a otto punte, di schietto disegno bizantino. Cavai una moneta da venti copeche e gliela diedi, e la croce me la misi subito al collo; gli si leggeva in viso che era tutto contento di aver gabbato quello sciocco signore, e indubbiamente se ne andò di filato a bersi la sua croce. […] Un’ora dopo, tornando dall’albergo, mi imbattei in una donna con un bambino lattante. La donna era ancora giovane, il bambino avrà avuto un sei settimane. Il bimbo le aveva sorriso allora, come essa notò, per la prima volta dalla nascita. E la vidi, tutta compunta, farsi improvvisamente il segno della croce. «Che fai», dissi, «brava donna?». «Ecco», lei disse, «la gioia che prova la madre quando osserva il primo sorriso della sua creatura, la stessa gioia prova esattamente Dio ogni volta che vede dal cielo un peccatore inginocchiarsi davanti a Lui per pregare di tutto cuore». Questo me lo disse una donnetta, quasi con queste precise parole, esprimendo un pensiero così profondo, così delicato, così schiettamente religioso, un pensiero in cui era racchiusa tutta l’essenza del cristianesimo, cioè la nozione di Dio come nostro vero padre e della gioia di Dio davanti all’uomo come gioia del padre davanti al figliol suo: il pensiero fondamentale di Cristo! Una semplice donnetta! Una madre è vero…e forse, chi sa, era la moglie di quel soldato. Senti, Parfën, poco fa mi hai fatto una domanda; eccoti ora la mia risposta: l’essenza del sentimento religioso è indipendente da qualsiasi ragionamento, da qualsiasi colpa o delitto, da qualsiasi ateismo; c’è in esso qualche cosa di indefinibile, e ci sarà sempre; qualche cosa che sempre gli atei sfioreranno appena, discorrendo sempre di tutt’altro. […].
(il corsivo è originale dell’edizione n.d.c.)
Antonio Liaci (autore delle prime due righe di preambolo, il resto è del grande scrittore russo)
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