La nostra storia comincia dove tutto finisce, nel preciso momento in cui la speranza scompare dal petto di una giovane donna e, al suo posto, l’incertezza di una vita da gettare ai rovi si insedia.
Il bastone arranca nella neve alta. L’aria dell’inverno che finisce secca le labbra ma sembra più gradevole, perché veicolo del prossimo invito alla vita, la primavera. Un vecchio cammina col suo bastone tra boschi di faggio e piccole abitazioni di legno, dove si distingue bene la piccola capanna dov’è allestita la stanza da bagno. In quella stanza le donne trovano un po’ di riposo dai capricci degli uomini o dalle loro ubriache sfuriate. In quello stesso posto nascono i bambini e muoiono le vecchie. Il vecchio ondeggia come un albero al vento siberiano, affondando sino agli stinchi con i pantaloni di velluto pesante nella neve fresca che non cessa di cadere. Qui sembra che la rivoluzione non sia arrivata, che non abbia cambiato nulla o, per contro, che sia arrivata con troppa forza e la caduta dell’impero comunista abbia distrutto quel poco di buono che è rimasto dopo i colpi di fucile ed i lunghi viaggi senza ritorno in Siberia. Il vecchio indossa un panciotto unto e sporco di terra, senza caffettano si aggira in quella bellissima ed impervia natura rilucente di mille cristalli di ghiaccio che pendono dagli alberi. Stringe in una mano un piccolo sacco di juta e nell’altra una bottiglia di vodka scadente. Di questi tempi non si riesce a trovare nemmeno a peso d’oro una vodka di buona fattura, così la gente, rischiando grosso, la produce da se, senza controlli, e, spesso, questa mancanza di controllo permette agli improvvisati distillatori di risparmiare sulla qualità, a discapito delle persone. Bere diventa un modo per sopravvivere per milioni di uomini, così molti di questi, si trovano a dover morire per una droga così poco accuratamente prodotta, ma questo non è che uno dei tanti danni che gli anni novanta hanno portato.
Il vecchio dondola, canticchiando una canzone popolare nella sua lingua, mentre il cielo cambia di colore, quasi improvvisamente. Forse complice la vodka, forse lo strano stato di torpore in cui il freddo ci fa piombare, il vecchio sente la testa leggera e le gambe piantate nel terreno più del dovuto, ma continua la sua marcia, ogni tanto sollevando il braccio con il sacchetto per salutare qualche vecchia donna, uscita a dar da mangiare agli animali. Sa che non manca molto ad arrivare al posto in cui vive, una casetta di legno con delle grandi falle sul tetto. Lui si sente fortunato, perché, a differenza degli altri nel piccolo borgo agreste, ha un pezzo di terra, una moglie, due figli e nessun debito. La casetta cresce su una piccola collina, ormai bianca di neve, la moglie si lamenta sempre quando il marito torna a casa cantando, non di felicità, ed i figli ora sono tutti partiti per il sud, ad alimentare le fila di disoccupati che bussano alle porte del Cremlino.
I suoi vicini di casa non sono così fortunati: il padre è morto della stessa malattia di tutti gli altri milioni di uomini che si ostinano a voler capire il mondo attraverso una bottiglia di scadente alcol; nella casa non vi sono che una donna che si ammazza di lavoro dalla mattina alla sera, il suocero – un povero diavolo di quasi settant’anni, una rarità da queste parti – ed una ragazzina, una splendida ragazzina, talmente bella da non poter tener conto dei calli sulle mani e del visino sporco; ha quasi sedici anni. Ogni giorno per andare a scuola, deve partire prestissimo, quando è ancora buio. Può andarci solo per tre volte alla settimana. Il resto dei giorni lo deve passare a dare una mano alla madre ed al nonno. Un vita non del tutto semplice, certo, ma di questi tempi si è già fortunati se non si muore di inedia.
Fredda, la mano del vecchio sembra essersi cristallizzata nella sua posizione, stringendo il sacco di juta. Ora l’effetto analgesico della vodka non basta più a fagli dimenticare di essere senza caffettano, che il mondo, da qualche mese a questa parte sta girando al contrario, ma una strana sensazione di calore si fa strada sulla parte anteriore del corpo del vecchio. Gli occhi di un turchese profondo si accendono di una luce innaturale ed i vestiti umidi di neve sciolta col calore corporeo si asciugano, ad ogni passo avanti. Nei pressi di casa sembra essersi scatenato l’inferno: il tetto della casa affianco alla sua riluce di fiamme, che spuntano qua e la dalle poche finestre, scintille e fumo avvolgono gli alberi che circondano l’abitazione, non un grido. Tre o quattro persone si aggirano disperate attorno al rogo, portando inutili secchi d’acqua. Non c’è nulla da fare, sarebbe come lottare con i mulini a vento: il fuoco è troppo altro, la fiamma troppo ben alimentata, il legno della casa troppo secco e la gente troppo poco tempestiva. Il vecchio guarda il fuoco come si guarda un animale feroce che divora la sua preda, senza dare ascolto agli sguardi dei curiosi. Non sa cosa fare, eppure, nel suo buon vecchio cuore di ubriaco, sa che non può muovere un dito per scongiurare la tragedia. Non sa nemmeno se ci sia qualcuno all’interno della casa e pensa che la donna si trova a lavoro e la bambina dev’essere a scuola.
La casa bruciò per una notte intera. Alla fine rimase solo la capanna da bagno, perfettamente intatta, e un cumulo di assi carbonizzate ed annerite. Quando la ragazza tornò a casa, non volle credere di vedere solo la madre ad aspettarla li, davanti alle macerie. La perdita del nonno aggiunse sale alle ferite della piccola che perdeva per la seconda volta il padre. La madre, invece, sapeva che prima o poi si sarebbe verificata una consimile tragedia – non con le stesse modalità, sia chiaro – e si era preparata all’evento. Ad ogni modo, da donna forte qual’era si disse che almeno era rimasta intatta la capanna, la stanza da bagno, per lei e la figlia. Pensava, forse esagerando con l’ottimismo, che in qualche modo, quando la ragazza sarebbe cresciuta, avrebbe potuto sostenere la spesa della ricostruzione.
Il vecchio si presenta in chiesa, l’unica chiesa del borgo, spoglia e scura, ritornata da poco alla sua primaria funzione. Al funerale presiedono le due donne, qualche cencioso popolano e due o tre vecchie, conoscenti del defunto. Così triste sembrava la scena, che il vecchio incomincia a piangere lacrime sincere, quella sera non aveva bevuto.
La ragazza sa di non potersi più permettere di andare a scuola, ha da badare a tutto quello che il nonno faceva. Certo la casa si è ora ridotta ad una piccola stanza da bagno, sporca, umida, malsana, ma comunque ha bisogno di essere messa apposto ogni tanto. In più, la ragazza si dedica a lavori saltuari come badare alle bestie della grande fattoria che si trova a pochi passi da casa. Con essi si può permettere ancora di andare a scuola per due giorni a settimana, ma spesso, dalla stanchezza, crolla dopo un’ora di lezione e viene puntualmente cacciata via. La madre intanto continua a lavorare e a tornare a casa bianca come un cencio per consumare la cena con la figlia, un pezzo di pane nero e del formaggio, che fa parte della retribuzione della ragazza. Alla luce della candela nella stanza da bagno, arrabattata come una vera casa, con giacigli e tinozze per la toilette, la ragazza vede la madre smungere ogni giorno di più. Le guance farsi sempre più scarne, le gambe più vacillanti ed incerte.
La madre se ne va in pochi mesi, il tumore ed il lavoro l’avevano consumata, lasciando la sua unica figlia da sola, in chiesa a piangere sul suo presente.
Il governo, appena ripresosi dalla controrivoluzione, sarebbe intervenuto in difesa della ragazza se si fosse venuto a sapere lo stato delle cose. Gli aiuti del governo, non sono più ben visti da un bel pezzo, si sa già che la vita negli orfanotrofi ed il sistema di assistenza sociale nascondono sorprese poco piacevoli: spesso si sentiva dire che le ragazze, specie quelle più giovani, finivano presto nelle maglie del nuovo potere, quello russo, quello che aveva sostituito l’autorità con la paura, i principi comunisti con la politica del rublo. Il vecchio pensa, seduto al suo tavolaccio di legno di pino, che non sarebbe stato il caso di lasciare al suo destino quella ragazza così bella e sfortunata, dura come tutte le donne dell’est, ma così fragile e sensibile.
La moglie non fu subito d’accordo, come al solito, ma poi, facendosi il segno della croce e dicendo che l’unico motivo per cui lo faceva era la cristiana carità, accettò. Quando l’impiegato della previdenza sociale arrivò, con i suoi pantaloni così larghi ed i capelli arruffati ed unti, e vide nelle sue mani una quantità sufficiente di rubli, firmò subito l’ingiunzione di adozione. La ragazza si sentì per un attimo sollevata, ma il suo volto addolorato e lavato dalle lacrime la notte, tradiva quella voglia di ricominciare che sembrava essersi fatta strada, attraverso i ricordi.
Per un certo periodo di tempo pareva che le cose stessero prendendo una piega positiva. Lei doveva lavorare solo per due giorni alla settimana, mentre per il resto poteva andare a scuola. Il suo giovane corpo pareva giovare della nuova situazione, anche grazie alle attenzioni del vecchio, che con il metodo più in voga in quegli anni, si procurava della carne che altrimenti non sarebbe riuscito a trovare. Il suo corpo cresceva, a dispetto di tutte le sventure subite, sano ed una grazia nei movimenti ed una sensualità innate pareva prendessero possesso delle forme perfette.
Nonostante il suo ottimismo ed il modo in cui aveva superato il dolore della perdita di madre e nonno, non sentiva di dover stare per troppo tempo li, anche perché il vecchio fu molto chiaro con lei. Avrebbe raggiunto la maggiore età e successivamente sarebbe dovuta andare per la sua strada.
Mancava poco più di un anno a quel momento.
In città, dove frequentava la scuola, si sentiva dire che impresari dei grandi stilisti cercavano delle modelle. Non fu come per le altre ragazze, che, isteriche si diedero a presentarsi ai provini e a riempire i ristoranti più chich della capitale, in compagnia di viscidi millantatori che avrebbero, di li a poco, rovinato la loro vita. Per le donne che come lei hanno dovuto sopportare così tanto, hanno dovuto ingoiare fiumi di lacrime per sembrare meno fragili, che hanno dovuto accettare la crudeltà di una vita senza soddisfazioni, tutto era molto più chiaro e lampante. Lei non aveva scelta, non poteva esimersi dal tentare quella strada, anche se vi era la possibilità terribile di abitare con altre sfortunate donne come lei in qualche soffitta sudicia, nei pressi della capitale dell’ex impero comunista. Sapeva che avrebbe dovuto provarci, soprattutto perché sentiva di non aver nulla da perdere, nulla, aveva già perso ogni cosa, tranne la dignità. Decise quindi di presentarsi di sua sponte, estremamente conscia di ciò che stesse facendo, eliminando per sempre la prospettiva di dover essere cacciata dal vecchio nel giorno della maggiore età.
Per coloro i quali volessero sapere come sia andata a finire, non hanno che da accendere il televisore, o aguzzare la vista ogni qualvolta compaiono delle pubblicità di grandi marche di abbigliamento. Questa storia mi è stata raccontata proprio da lei, che ora vive al dodicesimo piano di un grattacielo nella zona più prestigiosa di New York. Raccontarvi cosa successo dopo non credo possa essere di grande interesse per i lettori. La sola cosa che mi disse, prima che io uscissi dalla sua bellissima casa fu – Non dimenticare che a me è andata bene, dopotutto; ma non dimenticarti sopratutto di quelle che non hanno avuto la mia stessa fortuna, ora riempiono il letto del fiume -.
Antonio Liaci
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